Salute mentale - Lettera di un padre dopo il TSO del figlio. Una lettera non basta. Può aprire una porta, ma ci devono entrare tutti.

(Immagine iIlustrativa)

https://www.tribunatreviso.it/nordest/salute-mentale-ragazzi-lettera-padre-tso-ytrkx211

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Un padre veneto ha scritto ai giornali del gruppo Nord Est. Suo figlio ha 24 anni e vive in comunità da tre anni. Per il suo TSO servirono cinque carabinieri, un medico e quattro infermieri. La lettera parla di anni di fatica e di una famiglia che si sente sola. C'è una frase che resta addosso: «Papà, salvami». Quel padre non se la prende con chi lavora nei servizi. Dice che il problema sono le risorse e un'organizzazione che costringe medici, infermieri e operatori a lavorare in condizioni impossibili. Chiede servizi territoriali presenti davvero e, soprattutto, che le famiglie vengano coinvolte.

Il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, gli ha risposto sullo stesso giornale, ringraziandolo e dandogli ragione. Ammette che nessuna famiglia dovrebbe arrivare allo sfinimento prima di essere aiutata, e lo invita a Palazzo Balbi. Un presidente di Regione che risponde pubblicamente a un genitore e chiama le cose col loro nome non è scontato. Il "dopo di noi" compare per quello che è, la paura più grande di chi assiste un figlio fragile. Nella sua risposta ci sono lo psicologo di comunità, «avviato», e un nuovo piano per la salute mentale. C'è l'ammissione che servono tempo e risorse. Per chi assiste ogni giorno c'è vicinanza, e nient'altro. Mancano il sollievo, il riconoscimento economico e le tutele previdenziali. Chi assiste resta un destinatario di comprensione, non un titolare di diritti.

E c'è un'altra cosa che mi ha colpito. L'invito a Palazzo è per quel padre, perché la sua lettera è finita sul giornale. E se non fosse finita sul giornale? Le altre migliaia di famiglie che non scrivono ai giornali, o che scrivono e non vengono pubblicate, restano dove sono. Una risposta personale a un caso diventato pubblico non è una politica. Al massimo è un buon inizio, se poi qualcosa cambia per tutti. Perché la storia di quel padre non è veneta. È italiana. La vivono in ogni regione genitori che di notte non dormono, che conoscono a memoria i numeri del pronto soccorso e che si chiedono chi ci sarà quando loro non ci saranno più. Spesso non hanno la forza di scriverlo. Qualche volta non hanno nemmeno qualcuno a cui scriverlo.

Nove persone per contenere un ragazzo di 24 anni. Fermiamoci su questo numero, perché dice più di qualsiasi lettera. È il segno di un sistema che arriva quando ormai è tardi, e che prima ha lasciato una famiglia sola per anni. La politica parla volentieri di inclusione e di diritti. Nella realtà mancano assistenza, strutture e sostegno concreto. Le famiglie non hanno bisogno di sentirsi chiamare eroine o di essere commosse. Hanno bisogno di aiuto. Chiedono di non dover diventare un caso mediatico per essere ascoltate. Chiedono servizi che non si interrompano proprio quando la crisi arriva. Chiedono che la stanchezza di una madre o di un padre non sia la risorsa gratuita su cui il sistema regge.

Quel padre ha scritto che da soli sono formiche, ma insieme possono diventare una voce. Ha ragione. Ma una voce, per contare, deve trovare dall'altra parte qualcuno disposto a trasformarla in leggi, fondi e servizi. Le parole servono, ma servono soprattutto tre cose concrete:

1) fondi stabili e vincolati ai Dipartimenti di salute mentale. In Italia va alla salute mentale circa il 3,4% della spesa sanitaria. Il Veneto è sceso fino al 2,2% nel 2019. La soglia indicata dalle linee nazionali è il 5%;

2) assunzioni e valorizzazione di medici, psicologi, educatori e infermieri, per evitare il burnout degli operatori e garantire continuità assistenziale;

3) diritti e tutele reali per i caregiver familiari, perché la cura non sia una condanna alla solitudine ma una responsabilità condivisa tra Stato e comunità.

Una lettera può aprire una porta. Poi però bisogna entrarci, tutti, e restarci finché le promesse non diventano diritti.


Mario Assanti

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