Aiutare chi deve curare. Avvenire, rubrica - Città alta - di Alessandro Dehò "Madre"


"Madre" di Alessandro Dehò - Avvenire

Su Avvenire, nella rubrica "Città alta", Alessandro Dehò ha pubblicato un pezzo breve dal titolo "Madre". Racconta qualche giorno passato con sua madre, ospite nella sua casa. Dopo la morte del marito lei è diventata più fragile, e in quella casa fatta di pietra e scale fatica a muoversi da sola. Si chiama, ci si appoggia, ci si sostiene.

Dehò legge intanto una poesia di Attilio Bertolucci sull'infanzia e si accorge di una cosa semplice e potentissima. I gesti che fa oggi per sua madre sono gli stessi che lei faceva per lui da bambino: sistemare le lenzuola, accendere la luce nel corridoio, accompagnare un passo incerto. In mezzo ci sono cinquant'anni, ma i gesti sono identici. Sono cambiati solo i ruoli.

Da qui arriva alla conclusione che regge tutto il pezzo: la cura non si dà e non si riceve, si condivide. A un certo punto non è più chiaro chi sostiene chi.

È una pagina bella e sincera. Chi assiste un familiare ogni giorno ci si riconosce subito.

Però c'è un punto in cui la letteratura si ferma e comincia la realtà. Dehò ha ospitato sua madre per qualche giorno. In Italia milioni di caregiver familiari fanno la stessa cosa per anni, senza interruzione. Lo fanno di notte, quando nessuno vede. Lo fanno lasciando il lavoro, perdendo i contributi, rinunciando alla propria salute e alle proprie relazioni. E lo fanno quasi sempre da soli.

Quella domanda, "chi si prende cura di chi?", per loro non è una domanda poetica. È una domanda politica. Chi si prende cura del caregiver quando non ce la fa più? Chi gli garantisce un sostegno, un sollievo, una tutela previdenziale? Chi riconosce che quel lavoro esiste.

E nel frattempo le famiglie aspettano.

Il pezzo di Dehò finisce con un grazie: quello della madre al figlio e quello del figlio alla madre, che lui ancora non riesce a dire senza piangere. È giusto così. La gratitudine è il cuore della cura.


Ma ai caregiver non bastano i ringraziamenti. Servono diritti.


Mario Assanti 


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