CHI SI PRENDE CURA DI CHI SI PRENDE CURA? L’ERGASTOLO DEI CAREGIVER FAMILIARI: LA TESTIMONIANZA CHE SMASCHERA L'IPOCRISIA DELLO STATO.



C'è una categoria di lavoratori in Italia che non ha diritto alle ferie, non conosce i fine settimana, non festeggia le feste e lavorano tutto l'anno, 24 ore su 24. Non hanno uno stipendio, non versano contributi per la pensione e, agli occhi dello Stato, non risultano nemmeno "disoccupati".

Sono i caregiver familiari conviventi.

Si ritorna sempre a parlare di loro in una società ingiusta.

Ingiusta nei confronti di persone che, per amore o per senso del dovere, hanno dovuto rinunciare alla propria vita personale, lavorativa, sociale, per assistere un caro con disabilità o non autosufficiente. Non è una scelta di ripiego, è un sequestro di persona legalizzato dall'assenza dello Stato.

"Non occupato, non disoccupato": il limbo burocratico.

A squarciare questo velo di ipocrisia, è la lucidissima e dolorosa testimonianza pubblica di Eugenio Artioli , 48 anni, figlio unico e caregiver familiare convivente dei suoi genitori, entrambi affetti da demenza. La sua vita è ferma da 14 anni, in quanto è dedicata interamente a loro.

Dapprima sua madre, poi anche a suo padre, oggi allettato.

Lui introduce una distinzione linguistica che è un trattato di sociologia:

"Sono non occupato e non disoccupato. Sono stato costretto, a causa della loro condizione e del mio masochistico desiderio di prendermi personalmente cura di loro, a rinunciare alla vita lavorativa...e alla vita in generale".

Un disoccupato, per definizione e per legge, è qualcuno che cerca attivamente un lavoro.

Il caregiver familiare convivente non può farlo. Resta bloccato tra le mura domestiche per un'assistenza totalizzante. Eppure, per la burocrazia italiana, questa figura non ha un profilo giuridico ed economico definito. Non esiste. L'Italia si vanta spesso di avere tutele come il congedo straordinario biennale - l'aspettativa retribuita di due anni per assistere un familiare con disabilità.

Ma le domande che Artioli sbatte in faccia alle istituzioni smontano questo castello di carte:

Cosa succede al ventitreesimo mese? Se la malattia dell'assistito prosegue oltre i due anni, cosa deve fare il caregiver familiare? Rinchiuderlo in una RSA per non perdere il posto?

Quale futuro per chi è fuori dal mercato? Quando l'assistito non ci sarà più, chi assumerà un caregiver familiare la cui età è ormai avanzata e che è rimasto fuori dal mondo del lavoro per dieci o quindici anni?

Passare anni ad assistere un cittadino al posto dello Stato determina la certezza che non si beneficerà mai di un trattamento pensionistico. Senza lavoro, senza tutele e senza pensione, l'unica cinica "speranza" rimasta è quella di una possibile eredità, sperando che basti per sopravvivere e che non ci siano spese impreviste.

Tutto questo, è dignitoso  in un Paese Civile?

Se la figura del caregiver familiare convivente fosse riconosciuta dallo Stato per quello che è realmente, un lavoro di pubblica utilità, che fa risparmiare miliardi di euro alle casse della sanità pubblica, tutte queste angosce sul futuro sarebbero marginali.

Chi riesce a sopravvivere psicologicamente e fisicamente lo fa solo se ha la possibilità economica di potersi pagare i servizi privati di OSS a domicilio per "respirare" qualche ora. Chi non ha le risorse per farlo, crolla. Le ore di assistenza domiciliare di progetti e leggi di riferimento sono in base all' ISEE.

Il caregiver familiare viene stritolato da un burnout fatto di esaurimenti e logorii fisici e mentali.

Finché lo Stato continuerà a considerare il familiare assistente come un "dovere privato da sbrigare in silenzio", storie come quella di Eugenio Artioli rimarranno urla nel deserto. Non è una minoranza isolata, ma sono realtà che, per il progressivo invecchiamento della popolazione con le patologie inerenti alla vecchiaia, insieme alle altre patologie o invalidità, domani potrebbe bussare alla porta di chiunque.

Bisogna restituire dignità, tutele economiche e contributive ai caregiver familiari perché non è un atto di carità: è l'unico modo per impedire che l'amore per i propri genitori o per i propri figli si trasformi in una condanna all'invisibilità e alla povertà.


Mario Assanti 

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