Il Papa e Trump: l'arma della parola contro il culto della forza
Si fa presto a dare del "debole" a un Papa. È la narrazione preferita di chi, come Donald Trump, misura il mondo con il metro della Realpolitik, dei successi elettorali e della potenza di fuoco. Ma c'è un paradosso che sfugge a questa logica muscolare: cosa dovrebbe fare il Vaticano? Gridare "evviva la guerra"? Benedire lo sterminio di un popolo in nome della sicurezza nazionale? Mentre i leader internazionali si genuflettono ai nuovi centri di potere, la figura del Papa (che sia Francesco o un ideale Leone XIV poco importa) resta l'unica alternativa morale a una retorica di forza pura.
L'unica arma di cui dispone è la parola, ed è proprio per questo che scuote le coscienze. Prendiamo Trump. Ha rivendicato il Nobel per la pace. Ma l'assenza di conflitti diretti non è pace: è solo una guerra delegata ad altri. E il suo sostegno incondizionato alle operazioni militari di Netanyahu racconta una storia diversa. La sua "pace" è spesso solo un'assenza di guerra diretta per i propri interessi, una tregua armata dove il dialogo è visto come una resa e il dissenso come debolezza. Ma per la Chiesa la protezione di un bambino o di un anziano sotto le bombe non è un'opzione politica: è un dovere universale.
Una volta che sdoganiamo l'uccisione degli innocenti come semplice "danno collaterale", non stiamo solo vincendo una battaglia, stiamo sbriciolando le basi della convivenza civile. Il Papa non sceglie la debolezza. Sceglie di non convalidare la violenza come strumento per risolvere i problemi. È l'ultimo contrappeso rimasto in un mondo cinico dove la morte degli indifesi è diventata un prezzo accettabile per la nostra tranquillità. Senza questa bussola, la forza non avrebbe più alcun limite morale. E un mondo senza limiti è un mondo dove nessuno è davvero al sicuro.
Mario Assanti
Commenti